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What happened this week?
Katy Perry va nello spazio. E no, non è la rivoluzione femminista che pensi.
Houston, abbiamo un altro problema: ci stiamo portando Katy Perry nello spazio.
No, non è uno sketch di Saturday Night Live. È la realtà di un mondo dove la conquista del cosmo è diventata un’operazione di branding, e dove l’empowerment femminile viene confezionato in una tuta alla Avengers con il logo bene in vista.
Ieri si è svolto il primo volo spaziale tutto al femminile della compagnia Blue Origin, con a bordo Katy Perry e altre cinque donne: la giornalista e pilota Lauren Sánchez (fidanzata di Jeff Bezos), la conduttrice televisiva Gayle King, la produttrice cinematografica Kerianne Flynn, l’ex ingegnere NASA Aisha Bowe e l’attivista Amanda Nguyen.
Il volo è durato circa 11 minuti, partendo dal deserto del Texas. Il razzo New Shepard ha raggiunto un’altitudine di circa 106 km, superando la linea di Kármán, il confine simbolico dello spazio. Dopo la separazione dal razzo, la capsula ha permesso alle passegere di sperimentare circa 3 minuti di assenza di gravità, fluttuando e ammirando la Terra dall’alto.
La missione è stata organizzata per celebrare e ispirare le donne nel campo della scienza e dello spazio, rappresentando il primo equipaggio interamente femminile in 64 anni, dopo la cosmonauta Valentina Tereshkova nel 1963. Il volo ha avuto anche un carattere simbolico e mediatico, con Katy Perry che ha cantato What a Wonderful World durante il volo e momenti emozionanti al rientro, come l’abbraccio tra Bezos e Sánchez e il gesto di Perry e King di baciare il suolo
E allora ci tocca fare una domanda scomoda: ma è davvero questa la rappresentazione che vogliamo della donna contemporanea in contesti scientifici? Davvero basta mandare una popstar in orbita per sentirci tutti più progressisti?
Questa faccenda puzza di empowerment a pacchetto, quello preconfezionato che trovi sugli scaffali del capitalismo performativo. È lo stesso discorso che ci fa sentire evoluti quando vediamo una donna CEO in una multinazionale che sfrutta lavoratori, o quando un brand fa la sua campagna pride e poi finanzia politiche discriminatorie. L’estetica del cambiamento ha preso il posto del cambiamento reale. È più importante sembrare inclusivi che esserlo davvero.
Non è Katy Perry il problema, ma quello che vediamo, che non è un trionfo del merito, né una vittoria per le donne nella scienza, ma un reality ad alta quota, di una competenza che è affascinante solo se virale. Come se la realtà avesse ceduto il passo alla spettacolarizzazione permanente. e il razzo, più che una navetta, sembra una passerella.
Il paradosso è che più ci convinciamo di essere avanti, più torniamo indietro. Perché se serve il nome di una celebrity per rendere accettabile o interessante la presenza di una donna nello spazio, allora vuol dire che siamo ancora lontani dal punto. Se quella conquista non è accessibile, replicabile, democratica, allora è solo un evento. Un evento da like, da trending topic, da gadget commemorativo. Ma non è rivoluzione.
Abbiamo fatto dello spettacolo la nostra unica forma di impegno, e dell’inclusione una sceneggiatura da postare. Lo spazio, da simbolo di ricerca, di mistero, di infinito, è diventato un contenitore per meme e marketing.
E allora sì, facciamo pure partire il conto alla rovescia, applaudiamo il razzo che decolla, stappiamo lo champagne davanti alla diretta. Ma ricordiamoci che il vero spazio da conquistare è ancora qui, sulla Terra. È quello dove il merito non ha sponsor, dove le donne devono ancora lottare per farsi ascoltare, dove la scienza viene finanziata a singhiozzi e le competenze vengono ignorate se non sono instagrammabili.
Benvenuti nell’era dell’inclusione pop, What a Wonderful World.
Suzanne


